
Secondo l'Agenzia del Demanio, che utilizza i dati
del Censimento per l' Agricoltura 2010, l'estensione dei terreni agricoli
demaniali in Italia ammonta ad oltre 338.000 ettari, per un valore che oscilla
fra i 5 e i 6 miliardi di euro.
Un patrimonio importante che, grazie alla sua equa distribuzione geografica,
consentirebbe la messa a punto di un progetto nazionale per una diversa
agricoltura, per una conseguente salvaguardia e manutenzione idrogeologica del
territorio e per il rilancio di nuova occupazione, in particolare giovanile,
durevole e di qualità.
Riflessioni che non sfiorano l'attuale Ministra dell'Agricoltura De Girolamo,
che ha recentemente incontrato i vertici dell'Associazione bancaria italiana
(Abi) e il presidente della Cassa Depositi e Prestiti, Franco Bassanini, per
mettere a punto un programma di "valorizzazione" e (s)vendita
dell'immenso patrimonio agricolo demaniale.
Replicando quanto sta già proponendo agli enti locali in merito alla svendita
del patrimonio immobiliare, Cassa Depositi e Prestiti avrebbe la funzione di
assegnare un prezzo ai terreni demaniali, di acquisirli consentendo allo Stato
di fare cassa e di metterli successivamente sul mercato.
Incredibile l'obiettivo dichiarato dalla Ministra De Girolamo : «(..)
un'occasione per sbloccare la situazione e mettere nuovi terreni a disposizione
soprattutto dei giovani, perché senza terra da lavorare non è possibile pensare
ad un vero rilancio del comparto».
Altrettanto incredibile è che per questo ulteriore processo di colossale espropriazione
di patrimonio pubblico si utilizzino le risorse del risparmio postale affidato
dai cittadini alla Cassa Depositi e Prestiti.
Davvero si pensa che i giovani disoccupati (oltre il 35%) siano provvisti di
capitale e non attendano altro, per trasformarsi in futuri agricoltori, che
divenire proprietari dei terreni da coltivare?
Davvero si pensa che privare la collettività del bene terra, di inestimabile
valore pubblico e sociale, corrisponda a «servizio di interesse economico
generale», qualifica cui dovrebbe attenersi ogni investimento di Cassa Depositi
e Prestiti (art. 10, D. M. Economia 6/10/1994)?
Possibile che non si pensi ad un piano per un'agricoltura di qualità e per una
nuova occupazione giovanile attraverso il mantenimento della proprietà collettiva
del demanio agricolo, l'affidamento dei terreni ai giovani con affitti
calmierati e l'intervento di Cassa Depositi e Prestiti per il sostegno
dell'avvio di attività (start up di impresa) e dei primi investimenti in mezzi,
tecnologie, impianti e sementi per consentire alle diverse nuove aziende un
funzionamento a regime?
Ancora una volta l'obiettivo è quello di consegnare patrimonio pubblico alle
banche e beni comuni alla speculazione finanziaria, con il paradosso di
renderlo possibile attraverso l'utilizzo dei risparmi dei cittadini.
La socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti e la sua gestione territoriale,
democratica e partecipativa diventa un obiettivo sempre più urgente, che da
oggi dovrà vedere coinvolte in prima fila tutte le esperienze e reti dell'altra
economia, dei gruppi di acquisto solidale, dell'agricoltura autogestita e di
qualità, del commercio equo e solidale.
TERRITORIO
Riutilizzare
l'Italia, riutilizziamo il Belpaese
ARTICOLO -
Alberto Ziparo
Oggi e domani a Roma convegno contro
il consumo del suolo e l'inutile produzione edilizia
«La vera ricchezza d'Italia - già
Belpaese per antonomasia - sta nel suo patrimonio artistico e storico,
paesaggistico e culturale»: sono ormai in molti ad individuare in questi beni
comuni i possibili milestone di un prossimo riassetto sostenibile, non solo
fisico, ma socio-economico e civile del paese.
Oggi, però, questo «tesoro» italiano - lascito delle molte civiltà
stratificatesi nella nostra evoluzione spaziale e temporale - è sempre più obliterato,
abbandonato al degrado, occultato, «affogato» dall'abnorme crescita urbana, dal
pervasivo consumo di suolo che fa del territorio italiano la disastrosa,
esasperata punta di un fenomeno, sprawltown, la città diffusa, che marca
negativamente vaste regioni europee e occidentali.
Due cifre emblematiche di quella che sta diventando una catastrofe ci vengono
dagli osservatori sul consumo di suolo, operanti presso diverse università, e
riprese dal Coordinamento per la Difesa del Paesaggio: le rilevazioni
satellitari restituiscono suoli urbanizzati pari a quasi il 20% dell'intera
superficie territoriale nazionale, mentre le stime aggregate dall'ultimo
censimento forniscono un numero di quantità di stanze vuote superiore ai 25
milioni, di cui circa un quinto localizzato nelle grandi città, e quasi
altrettanto nelle villettopoli costiere e turistiche.
Tale sfracello di produzione edilizia se, paradossalmente, non risolve la
domanda abitativa sociale - essendo determinata e dominata dai cicli della
rendita speculativa, urbana e soprattutto finanziaria - ha prodotto ingenti
quote di «urbanizzato contemporaneo abbandonato»; conseguente alla dismissione
recente di attività produttive, industriali e agricole, commerciali, di
servizio, o residenziali. O semplicemente, è stata dovuta dalla velleità di
realizzare macrostrutture - infrastrutture, attrezzature - tanto gratificanti
per il consenso suscitato dal loro annuncio, quanto spesso inutili e
ingestibili per il contesto in cui si calavano.
Agli edifici storici abbandonati, di cui all'apertura, si è aggiunta così una
quota ingentissima di cementificazione dismessa di recente.
Il Wwf, con le sue migliori competenze tecnico-scientifiche, insieme ad una
decine di sedi universitarie nazionali, sta realizzando una ricerca in tutte le
regioni del paese su caratteristiche e potenzialità delle aree abbandonate,
storiche e recenti, e sulle loro prospettive in termini di riutilizzo
ambientale e sociale. Oggi e domani presso l'aula magna dell'Università Roma
Tre, nel complesso, appunto recuperato, dell'ex Mattatoio - verrà presentato il
primo rapporto della ricerca.
Sono state censite circa 600 aree, corrispondenti ad altrettante «situazioni
territoriali» (individuate anche perché rappresentative di categorie più
vaste), in tutte le regioni italiane, suddividendole per caratteri tipologici e
funzionali e per contestualizzazioni funzionali; in modo tale da prefigurare
per ciascuna di esse non solo un progetto di recupero - pure importante di per
sé -, ma la costituzione di «elementi forti» per strutturare e sostanziare
processi di blocco di consumo di suolo e deterritorializzazione negli ambiti
interessati.
Le categorie tipologiche individuate vanno dai manufatti storico-culturali in
abbandono, anche se talora già vincolati per la tutela, alle aree archeologiche
abbandonate, alle architetture di prestigio, alle infrastrutture dismesse o mai
completate, alle fortificazioni militari, alle aree industriali in disuso, a
macrostrutture realizzate e mai utilizzate o ingestibili, a spazi aperti da
rinaturalizzare nella città consolidata, a vastissime porzioni di patrimonio
residenziale da recuperare.
Le situazioni urbane e territoriali interessate nelle diverse regioni sono
molteplici: da interi comparti interni alla città storica e consolidata, a
mancate recenti «nuove centralità» che dovevano segnare le ex periferie, alla
campagna urbanizzata da riqualificare, a molte aree costiere o collinari, o di
elevata suscettività paesaggistica cui riattribuire senso ecologico tramite
blocco della nuova cementificazione e strategie di restauro ambientale; utile
anche per il riuso delle aree non solo industriali dismesse.
Il riutilizzo sociale e paesaggistico dei luoghi e degli intorni interessati
presuppone anche la capacità di leggere i contesti, oltre i singoli siti: su
questo spesso sono di ausilio i piani paesaggistici recenti - i cui progetti di
riqualificazione ambientale vanno assumendo sempre più spesso i profili guida
di prossime economie verdi territorializzate dei territori coinvolti- che, per
dettato strategico-normativo, analizzano gli spazi regionali per ambiti locali
e comprensoriali e spesso ne prospettano «scenari di tutela, riqualificazione e
valorizzazione sostenibile», non solo ecoterritoriale, ma socio-culturale. In
questo quadro, i cluster spaziali individuati dalla ricerca per il riuso
possono giocare ruoli decisivi.
Il Report tocca anche un'altra questione sostanziale: chi può mettere in
pratica queste «interessanti politiche» in un momento di profonda crisi della
«Politica»? la ricerca recupera il concetto di «Laboratorio Territoriale»,
coordinamento di abitanti, ambientalisti, difensori del territorio, istanze di
restauro civile e costituzionale, già presenti in alcune esperienze di difesa e
recupero del territorio recenti, come le Reti del «Nuovo Municipio» o dei
«Comuni Solidali», e mira a ricontestualizzarli sui paesaggi, anche sociali,individuati.